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Un quadro riscoperto

12 Aprile 2026

Rispondendo all’invito dell’Associazione Domenico Cariolato, il Conservatore Dott. Daniele Pappalardo ha esposto sabato 11 aprile 2026, nell’auditorium del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza, l’opera “Davide che lancia il sasso contro Golia” del pittore vicentino Agostino Bottazzi (1822–1877) e ne ha ricostruito la storia collezionistica e la collocazione artistico - politica in un apprezzato intervento.

Il dipinto, datato al 1852, si lega all’epica stagione risorgimentale vicentina e in particolare alla figura del nostro giovane Domenico Cariolato (1835–1910), che, appena tredicenne, partecipò alle battaglie cittadine del 1848 e il cui volto è prestato all’eroe biblico.

All’epoca il giovane Domenico, dopo le esaltanti e tragiche giornate della capitolazione della Repubblica Romana, cui aveva partecipato vedendosi riconoscere una daga d’onore dal generale Avezzana per l’ardimento dimostrato, si trovava esule a Torino. Per riuscire a mantenersi con qualche amico nella decisione fondamentale di seguire Giuseppe Garibaldi, procurava di ‘campare senza viltà’’ - come si esprimeva lui stesso- facendo un po’ di tutto, tra cui il modello per l’Accademia delle Belle Arti.

È lì che il pittore Bottazzi lo ritrova, dopo le giornate vissute insieme nella Resistenza di Vicenza del ’48 e lo sceglie per rappresentare, con il personaggio biblico nella sua immagine più’ famosa, la resistenza all’oppressivo ‘gigante’ austriaco.

Il quadro occupava una parete della storica villa di Bertesina, dove Domenico Cariolato era vissuto con la moglie Annamaria Piccoli, dalla fine degli anni ‘70. Nel 1929 lo scrittore/ traduttore Vittorio Trettenero, ospite della vedova e del figlio in quella dimora divenuta ormai un “museo” intimo alla memoria per la quantità e la qualità dei cimeli dell"eroe conservati, scrive un articolo per la rivista “Le tre Venezie”, in cui da’ testimonianza dell’esistenza dell’opera. La inserisce in una romantica, a tratti enfatica, come nello stile del tempo, celebrazione dell’eroe, che rende, però, in modo espressivo e coinvolgente tutto lo spessore del personaggio. Lo pubblichiamo per intero, ritenendo di far cosa gradita agli iscritti dell’associazione e agli interessati.

L’opera venne successivamente donata dagli ultimi discendenti diretti della famiglia, negli anni ’70 del ‘900, al Museo del Risorgimento di Villa Guiccioli, dove è tuttora conservata negli archivi, senza, però, trovare la possibilità di uno spazio espositivo permanente.

L’Associazione Domenico Cariolato crede nel valore artistico, pedagogico e storico - patriottico dell’opera in questione: per questo ha insistito per una sua ri-valorizzazione ed apertura - anche se temporanea- all’interesse del pubblico. Ringraziamo l’Amministrazione di Vicenza per la disponibilità.

NELLA CASA DI DOMENICO CARIOLATO

I cimeli dell'eroe "Li ospita la Villa di Domenico Cariolato dei Mille. Sorge essa in capo a un bel prato, fra due magnifici gruppi di alti alberi, a pochi passi da Vicenza, nell'agreste solitudine di Bertesina. Ed egli stesso la innalzò nel '78 per viverci con la sposa diletta, Anna Maria Piccoli, e con gentile pensiero scelse quel luogo perché la dolce compagna venisse così a trovarsi fra l'abitazione dei genitori e l'Asilo Infantile da lei fondato.

La veneranda signora mi accoglie sorridente sulla scala esterna. Entro. I ricordi sono disposti nella prima stanza a sinistra. Li aveva con pio culto adunati e ordinati in Roma il figlio Ettore. Lui rapito da prematura morte, vennero trasferiti presso la madre che mi è guida cortese insieme coll'altro figlio, l'on. Tullio.

Un brivido di commozione m'invade come all'entrare in un sacro recinto, ma subito mi attrae nella parete di rimpetto un gran quadro a olio. Rappresenta David fanciullo con un ginocchio a terra, lo sguardo al cielo, nell'una mano la fionda e nell'altra una pietra. Sta orando prima di cimentarsi col gigante che domina nel fondo presso il campo dei Filistei.

Un'aura di virile ardimento, una lieta certezza di vittoria spirano nel maschio viso del fanciullo, il cui florido petto par che stenti a contenere i battiti del cuore possente. Quel David è il Cariolato giovinetto e se mi volgo alla parete opposta vedo che nessun altri era più degno di servir di modello all'eroe biblico. Entro una cornice ivi splende - cimelio dei cimeli - una piccola daga con su incise queste parole

AL
VICENTINO DODICENNE
DOMENICO CARIOLATO
ESEMPIO DI PATRIO VALORE
LA REPUBBLICA ROMANA
OFFRE

Una lettera del generale Avezzana, che dice di aver trovato il giovinetto ferito nell'Ospitale della Trinità dei Pellegrini dopo la memoranda azione del 30 aprile 1849, accompagna l'offerta. Presso, un brano tolto dall'Epistolario di Garibaldi descrive il fatto. Il quale è noto dopo che Onorato Roux lo riferì all'Italia colle parole stesse del Cariolato che lo narra con cesariana semplicità Ma quanto di vita e di grandezza gli comunica la vista di quella daga!

Né questa prova era la prima del singolare fanciullo. Il 10 giugno del '48 a Vicenza, mentre aiutava una povera donna a mettere in salvo i teneri figli, essendo caduta poco discosto una bomba, in un baleno le era sopra e ne toglieva la miccia. L'atto coraggioso fu applaudito da ufficiali Svizzeri presenti e più tardi dal Generale Durando premiato con medaglia al valore. Il giovinetto era pure stato in campo con Garibaldi a Luino e a Morazzone, incorporato nel drappello dei Vicentini comandati dal Gualdo, sapeva le amarezze dell'esilio.

In alto, sopra la daga, pur entro una cornice, rifulgono le armi e la camicia rossa del soldato dei Mille.

Mi vien mostrato il berretto. Ha due fori. Sono delle palle, in una lettera, del '61, al fratello Verità, egli dice gli furono sparate, a cinquanta passi, dai Borbonici, nel momento, in cui tra i primi si lanciava entro Milazzo.

La lettera stessa richiama altri episodi storici. Col Meneghetti di Treviso conquistò un cannone al nemico sull'altura di Calatafimi, onde fu citato a onore nel Bollettino Ufficiale. A Capua ebbe da Garibaldi l'ordine di prendere una casa tenuta con grande ostinatezza da mercenari Bavaresi e al quarto assalto riusciva ne l'impresa ma perdendo il cavallo uccisogli sotto e correndo serio pericolo di vita.

In una elegante vetrina, nella parete del fondo, brillano, fra vari oggetti opuscoli autografi, le decorazioni militari e civili. Ve ne sono di veramente insigni, ma qual è che valga il titolo di eroe che gli conferiva la storia?

Per la stanza molti ritratti lo rappresentano in varie età fogge attitudini. Un ingrandimento fotografico ce lo porge nella piena virilità; un quadretto a colori lo presenta, baldo e aitante, nella divisa garibaldina; un bello schizzo a penna, di Arturo Noci, lo raffigura vecchio e dormiente; un dipinto a olio ce lo dà giovane fresco vigoroso nel tempo che viveva esule a Torino; là, nell'angolo, è una sua testa in gesso, di Mario Rutelli, parlante.

Come in parecchi eroi del Risorgimento, è caratteristica in lui la rispondenza fra il corpo e lo spirito. In un involucro apollineo chiudeva un'anima eletta.

Il professore Arienti lo sceglie a modello di statuaria per l'Accademia di Belle Arti di Torino e il Bottazzi per modello del David. E' destro in tutti gli esercizi del corpo, cavaliere audace, prode ginnasta, paladino fervido, anche in tarda età, dell'educazione fisica.

Dall'altro canto il suo spirito è ardito e onesto. Le franche risposte al Generale Oudinot, la fierezza, con cui dodicenne respinge le larghe offerte d'oro e la promessa di una carriera fattegli dal Generale medesimo, sono di una grandezza romana. Con un tal cuore si spiega come potesse scrivere al fratello: "Dura e spinosa fu la mia emigrazione, ma onorata". E dalla stessa lettera piena di sollecito affetto per la madre - cosa significativa - si apprende quanto amasse l'operosità e l'istruzione. "L'amore del lavoro mi preservò dai vizi" egli nota e aggiunge che "sciolta l'armata meridionale" a Torino coltiva "gli studi delle matematiche indispensabili a chi deve percorrere la carriera delle armi, le discipline filosofiche e gli esercizi della lingua Francese, di cui nessuno può far senza".

Nella parete, ove s'apre la porta, da cui siamo entrati, campeggiano molti e bei ritratti di Garibaldi con dediche affettuose. Ve ne sono di Vittorio Emanuele II - al quale il Cariolato era stato presentato a Torino ancor fresco dei trionfi di Roma - e di Umberto 1, con firme autografe.

Sulla scrivania pochi e brevi opuscoli di lui, ma in compenso una quantità di pubblicazioni, che di lui parlano e da cui ci si delinea qual bella armonia fisico-pisichica fosse Domenico Cariolato e come il decoro della maschia forma congiunto a un coraggio estremo e a una dirittura inflessibile spieghi il fascino che egli destava a sé intorno e anche su uomini di sommo valore. Poiché, come afferma egli stesso nella lettera autobiografica del 1906 al Roux, gli "furono larghi di stima e di affetto" fra molti altri e insigni "Pasquale Stanislao Mancini, Raffaele Conforti, Giacomo Medici, Enrico Cosenz, Agostino Depretis, Urbano Rattazzi, Camillo Cavour".

Garibaldi lo ebbe carissimo; gli affidò duri compiti in guerra premiandone la condotta col grado di sottotenente a Calatafimi, di tenente a Milazzo, di capitano al Volturno, di maggiore nel Trentino, di colonnello a Mentana; lo scelse "fra i quattro Ufficiali d'onore che dovevano scortarlo alla sala del trono nel Palazzo Reale di Napoli il giorno della gran festa del Plebiscito"; nel '61 "lo fece nominare Cavaliere e nel '66 Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia". In tempo di pace visse con lui nella più cordiale dimestichezza e soleva chiamarlo il suo "valoroso fratello d'armi".

Superba testimonianza della grande considerazione, in ch'era tenuto, è pure la numerosa raccolta di autografi che ornano i muri, gli scaffali, la scrivania.

Ve ne sono di Mazzini, di Minghetti, di Mancini, di Crispi, di Depretis e d'altri.

Molte le lettere di Garibaldi. Ve n'è una scrittagli la vigilia delle nozze. Un gioiello. Ma particolarmente significativa una a Pio IX, del '49. Vi si esorta il Pontefice a dare la libertà ai Romani e vi leggiamo frasi di tal fatta: "Come tutti i poteri della terra edificati sull'ingiustizia il Vostro è destinato a perire" e "Certo non minor delitto v'è nel Papato dello aver reso il nostro popolo il più diviso e il più misero dei popoli - che non vi sia nell'averlo fatto il più imbelle, umile e disprezzato di tutti gli altri". La lettera - non si sa perché - non andò al suo indirizzo; ma se fosse andata, sarebbe divenuta altrettanto storica di quella del Mazzini a Carlo Alberto.

Il lungo elenco dei cimeli contiene ancora due cose di un valore inestimabile: due lavori di Giuseppe Garibaldi, il manoscritto de I Mille già pubblicati, e il manoscritto di un romanzo inedito dal titolo

"Cantoni. Qual ghiotta notizia per un editore coraggioso!"

Sotto la parola commossa della vedova e del figlio i cimeli vivono, ma con essi rivive l'eroe. Par di respirare un'aura d'epopea. Lo spirito del Cariolato empie tutto di sé’ la stanza la casa il mio cuore che trema come nell'imminenza di un prodigio. La sua figura par che balzi dai quadri e dai ricordi. Ecco il lioncello dodicenne che strappando la miccia rende innocua la bomba austriaca; che nel drappello Vicentino si cimenta in campo a Luino e a Morazzone agli ordini di Garibaldi; eccolo poi col Duce stesso tra i difensori della Repubblica Romana nel '49; dieci anni dopo si segnala tra i cavalleggeri-Guide; nel pieno fiore della virilità è tra i primi alla leggendaria Spedizione dei Mille da Marsala al Volturno, nel '62 ad Aspromonte, nel '66 nel Trentino, nel '67 a Mentana. E finito il periodo delle guerre, non muta l'animo del valoroso nelle lotte incruente della vita civile ch'ei vive senza iattanza, in dignitoso e operoso silenzio, ricordando, propugnando la Patria sempre, in piena intimità col Duce, in meritata confidenza con Umberto I che lo fa il dispensiere della sua beneficenza privata, sopportando in pace l'indifferenza della sua immemore città, e ancor più la ingratitudine della Patria verso i suoi difensori, partecipando quindi ai trionfi nella felice resipiscenza.

Qual beneficio per l'anima questa epica rievocazione!

E quando esco dalla stanza in un'altra, dove posso ammirare i bei dipinti della signora Cariolato, che è anche una valente pittrice, il sorriso di grazia che vien dalle tele, la pace georgica che entra dalle finestre spalancate sui campi, operano come un calmante sul mio spirito che ha vissuto circa due ore di esaltazione patriottica; ore non infeconde però, se quest'eco che n'esce, può vincere il silenzio che immeritatamente avvolge la memoria dell'eroe, può concorrere a far sì che di lui s'irraggi e palpiti la gioventù d'Italia."

da VITTORIO TRETTENERO “Tra i cimeli dell’eroe”, sulla rivista “Le tre Venezie”, giugno 1929